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Il dj-gourmet intervista Capossela. Così i suoi successi diventano pietanze. di Donpasta
«Che bello. E’ arrivato l’inverno anche in Salento. Sarebbe meno credibile il mio spettacolo, che è tutto basato sul freddo e sui maglioni pesanti». Inizia così la sua intervista Vinicio Capossela, felice, quasi incredulo, di suonare al Politeama Greco per il Da solo tour. Da circa un mese è iniziato il tour che lo porterà a suonare in tutti i più importanti teatri d’Italia. «Sembra quasi che Tito Schipa passeggi ancora beato nel foyer», dice. Il cambio di attitudine da Ovunque proteggi a Da solo è stato radicale. Che cibo e che vino abbineresti a questi due dischi? «Ovunque proteggi è un disco indigesto. Perché ci sono dentro zoccoli, corna, campanacci. E’ un disco sulla carne grondante sangue. Fatto in una macelleria. Carne fatta alla maniera pagana. Profanazione della sacralità. E’ un disco sul nostro essere di carne. Arrostita con quello che c’è». «Ma è un disco anche di solo osso da brandire – spiega Capossela – Ovviamente, da bere, direi un Nero di Troia. Ci ho anche fatto una canzone su Troia che brucia. “Da solo” è invece un disco assolutamente invernale. Inutile dire che non c´è niente di meglio di un brodo ben caldo di questa stagione. E´ un piatto perfetto quando si è stati troppo in giro. Questo è un disco sacrificale. Mi sono esposto al sacrificio e il brodo è l´unica cosa che può metterti a posto. Lo accompagnerei con un Barbaresco, un rosso corposo e caldo».
Però Capossela è della terra del Lambrusco. E´ un vino notoriamente bistrattato, rinomato per essere vino industriale, ma ora iniziano a farsi cose interessanti. E poi pare sia proprio l´ideale per un brodo ben grasso come si usa nella valle del Po.
«È vero, il Lambrusco è un vino che mi appartiene. E´ lo champagne del contadino. Il problema è che ormai è conosciuto a tutti come un vino industriale disgustoso venduto in cartone. Ma il Lambrusco appartiene alla sfera contadina dove sono cresciuto, nella campagna di Reggio Emilia. Il sobborgo di campagna dove Oliviero, vecchio partigiano si occupava del vino. La vite del Lambrusco è molto alta, non come qui da voi. E così la gradazione alcolica è bassa, ma fa cose straordinarie, perché viene fuori un vino gasato, esplosivo. Lo so, non si può fare un grande Lambrusco, ma è un vino che sarà sempre un vino sincero, contadino. E poi, adesso che ci penso, io resto figlio di Vito che invece aveva tendenza a mescolarli i vini. Se era troppo acido li univa con quelli meno forti, facendo combinazioni apparentemente improbabili. Un giorno gli chiesi se non facesse male mischiare così i vini. Figurati, mi ha detto che faceva benissimo».
Il legame di Capossela alla cultura contadina si sente spesso nelle sue storie e nei suoi suoni. In Ovunque proteggi i riferimenti erano pressoché integralmente basati sui paganesimi della cultura rurale. Poco tempo fa è morto Matteo Salvatore cui hai reso omaggio al festival di Carpino la scorsa estate. Cosa vi lega?
«Sono stupito dal fatto che sia forse più conosciuto all´estero e non qua e che non ci sia un archivio musicale in suo onore. Penso che dovrebbe essere una priorità e probabilmente mi investirò personalmente a tal proposito. Matteo Salvatore aveva intanto il pregio unico di saper scrivere. Sapeva parlare di amore senza privazione di retorica. Era inoltre estremamente piccante e divertente, come nel testo sul Pescivendolo. Ma soprattutto, era assolutamente pragmatico e senza indulgenza quando parlava della miseria contadina. Proprio come i veri contadini. Non è gente che si perde in fronzoli. Ma affrontava tutto con ironia per raccontare il dolore, come nella ballata della gatta traditrice che mangia la salsiccia proprio mentre la vedova piange la morte del suo uomo. Era il nostro Robert Johnson, ma il problema è che la nostra musica folk è stata folklorizzata, mentre le cose che vengono dalla terra sono cose sacrali».
Questa estate hai suonato alla Notte della Taranta. Come hai trovato lo stato di salute della musica tradizionale in Salento?
«Sono rimasto sorpreso dalla qualità delle voci femminili. E´ pieno di giovani innamorati della tradizione ma che hanno voglia di non fermarsi li. C´è una etichetta a Otranto che mi sembra stia facendo un lavoro molto bello».
Tante cose ti legano sin dall´inizio della tua carriera al Salento. Molti ti hanno visto almeno una volta suonare in modo molto informale all´On the road al Capo di Leuca, che ora purtroppo non c´è più.
«Io l´ho detto ad Antonio De Marco, mio grande amico, che per risollevare le sorti dell´On the road potremmo aprire una pizzeria con il Mighty Wurlitzer, che può avere la doppia funzione dell´organetto e dello sfornapizza. Si, il mio sogno è di aprire un Pizza House laggiù al capo».
Per Edizioni Kowalski/Feltrinelli uscirà
Wine SOund System.
vino e musica.
di donpasta.selecter
con la consulenza enologica di Eugenio Mailler
Prefazione: Paolo Fresu
Progetto “Le strade delle parole” prodotto da BAICR assieme al Centro per il Libro e la Lettura.
www.lestradedelleparole.it
Basta! Non ce la faccio più. Non posso passare il mio tempo a parlare di Salento. Non me lo chiedete più. Sono andato via. Mi sono separato ormai. “Salve donpasta, ci potrebbe fare un viaggio in Salento per raccontarci le modificazioni culturali in negli ultimi quarantanni, magari partendo da De Martino?”.“Parto subito. A che ora è il primo treno?”. Ma perchè? Dovrò forse risolvere ancora qualcosa? Eppure ho smesso di sognare di mangiare pasticciotti davanti al mare di Otranto. Cosa mi lega ancora a quella terra per me amara? Un brodo caldo di cicoria, carne di maiale mi aspetta appena arrivato. Il pecorino è perfetto a spezzare. Il negroamaro a ridare slancio e vita. Il tutto non aiuta. Non chiarisce. Ascolto il canto aspro di una donna addolorata. Osservo le foto sulle tarantate. I movimenti della donna fanno pensare molto alla simulazione del rapporto sessuale tra la donna e l’uomo. Come se ci fosse di fondo una relazione tra l’isteria, l’assenza di sessualità in quella società e la necessità di utilizzare il suono come calmante, come surrogato. Ernesto De Martino fu il maestro del nostro sud, perchè intuì una cosa fondamentale. Che questo mondo, lacerante e lacerato, esprimeva un profondo rapporto con l’irrazionale. Il voler vivere emozioni o paure profondamente umane, che dalla gran parte della società sono totalmente annullate. Proprio l’elemento “magico”, con i suoi i rituali, aveva permesso di avvicinarsi ad una ricerca vera sulla realtà umana che non aveva definizione possibile nelle analisi positiviste. De Martino, da laico iscritto al PCI, aveva capito che l’incapacità di avvicinarsi al mondo magico dell’animo umano, il suo annullamento, avrebbe fatto perdere la battaglia con la religione, che ne era la unica vera detentrice. Una ipotesi forte la sua, che era anche il cercare la pecca nel marxismo. Il Salento ne era manifestazione splendida. De Martino riconosceva a questa gente la capacità di rapportarsi con il mondo non cosciente, con il malessere. In un certo senso di riconoscerlo e di dargli un nome, che fosse tarantola o malesciana quasi poco importa, attraverso movimenti, convinzioni e convenzioni antecedenti all’innesto del pensiero religioso, che arrivò dopo, assieme ai suoi santi. Forse è stato proprio quello il problema. Codificare attraverso uno stereotipo, una sovrastruttura imposta e paradossalmente razionalizzante, cioè la preghiera, un movimento che, viceversa, attraverso la danza, conservava nell’isteria una rappresentazione assolutamente individuale del rapporto malato dell’uomo con la donna.
Gianni Bosio e Clara Longhini
Ho ricevuto un invito dal BAICR e dall’Istituto Italiano del Libro di ripercorrere un viaggio narrativo in Salento. Ho scelto questa splendida pubblicazione-cd di Gianni Bosio e Clara Longhini “1968, una ricerca in Salento”, delle edizioni Kurumuny. Un libro e tre cd raccontano, attraverso registrazioni sul campo di rara importanza, il rapporto complesso tra canto, lavoro, donne, religione in questa terra. Ho ripercorso il loro viaggio dopo quarantanni. Non è stato facile per me. Presenterò il mio lavoro, pubblicato nella raccolta “Sulle strade delleparole” domenica 7 dicembre a Roma alla fiera Più libri, più liberi. Più info su www.donpasta.com
20-22 marzo. Piccolo Eliseo
Donpasta e Daniele Di Bonaventura
Lovesongs. Conzoni d’amore per cucine in disordine.
Regia: donpasta e Massimo Monaci
7-10 avril. Théatre Bijou
Donpasta.selecter
FOOD SOUND SYSTEM. Histoires et recettes d’un dj en cuisine.
Musiques: Fred Cavallin et Loic Laporte
Images: Fabrice Feries
Direction d’acteur: Eric Lareine
“Don Pasta est gastrophilosophe! Il fait de la politique avec les nouilles! Chaque recette de son Italie du Sud lui évoque des luttes sociales, des remarques sur le commerce mondial, des références musicales. Sous l’influence clairement revendiquée des élucubrations de Montalban, Donpasta donne des recettes de cuisine qui finissent en billets d’humeur, poèmes ou déclarations politiques. La cuisine comme lien social et reflet des luttes du pot de terre où on fait revenir la révolution dans l’huile d’olive. Chaque plat, comme une étape, donne lieu à une réflexion sur l’état de notre joli monde. Il dit ses textes comme de longs poèmes en traduction française avec un superbe accent rital.‿ Philippe Pagès. Le Bijou.
Food Sound System est le projet multi-média du dj italien donpasta.selecter dans lequel élucubrations musicales et réflexions culturelles se mêlent à la passion pour la cuisine, entre Coltrane et les lasagnes, les Clash et le poulpe, Bob Marley et le café…
Food Sound System est un spectacle sur la cuisine comme lieu social, point de rencontre entre les gens et leur histoire.
Je suis fils de la Méditerranée, où l’hospitalité a été pendant des siècles la base de la relation entre les peuples. Je garde en moi l’importance de la porte toujours ouverte, des longues tables dressées pour accueillir beaucoup de monde, de la culture cachée derrière chaque culture.
Food Sound System n’a pas pour objectif d’éduquer le goût ou l’écoute, mais simplement de présenter ma façon personnelle de profiter des plaisirs de la table, de la musique, du voyage.
À partir de la préparation d`un plat, je développe un discours plus étendu sur la nourriture, c’est-à-dire l’origine, le territoire, la consommation critique des produits de la terre.
Tous ces ingrédients se combinent à travers des choix personnels et musicaux inspirés par l’expérience de DJ entre l`Italie, la France et l`Espagne.
Les lectures sont accompagnées par la musique de FAMA VOLAT .
Le spectacle a gagné le prix “Coup de coeur‿ du “Festival du livre et du cinéma gourmand‿ di Figeac.
En janvier 2006 a été publié en Italie « Food sound system », Éditions Kowalski (www.kowalski.it).
FAMA VOLAT
Frédéric Cavallin (batterie, percussions, glockenspiel, mélodica) Loic Leporte (contrebasse, guitare, sax)