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Donpasta intervista Cody Chesnutt per “La Repubblica” Bari

Approfitto di questa intervista per chiedere al Presidente delle Repubblica di indire un’ora di ascolto di Soul Music a settimana in tutti i licei. Ne uscirebbe fuori probabilmente una generazione più rilassata, emancipata, consapevole e romantica. Nel Soul c’è quella strana magia della musica nera di essere militante ma calda, bella, mai rabbiosa. Io, ad esempio, appena sono un po’ giù d’umore, mangio soul a cucchiaiate, come fosse Nutella. Cody Chesnutt è figlio di questa storia. Sapere che ci siano validi eredi della grande tradizione degli anni ‘60/’70 mi rassicura. Immaginate un Salento dove scomparisse per sempre il sapere ancestrale del pasticciotto. Un disastro, un dramma irreparabile. Così è con la Soul music. Chesnutt è diventato una delle figure più rilevanti e credibili della musica afroamericana attuale. Il primo album lo fece chiuso nella stanzetta. Un magma di tracce malregistrate, che diventarono il prodotto più fresco della Black Music. Poi il silenzio, gli abissi, infine la soul music, l’andare a sud, a Memphis, a registrare nella culla della musica nera. D’un tratto il nuovo disco diventa quello della trasformazione e della maturità. Assieme a Andrea Mi, mio compare di Soul Food, di cibi dell’anima, prepariamo con emozione questa intervista. Condividiamo le domande come due ragazzini.

Il tuo nuovo album, Landing on a Hundred, sembra il frutto di una grande serenità. Centra ormai il fatto di essere padre nel tuo processo artistico?

Ciò che è cambiato realmente da quando sono padre non è il mio processo creativo ma il mio modo di pensare e vedere le cose. In particolare credo sia cambiato il mio ruolo di comunicatore. È cambiato quello che dico e il modo attraverso il quale lo faccio. Non sono cambiati gli strumenti di lavoro ma la qualità del lavoro stesso.

Credi che la Soul Music ti abbia reso un uomo migliore?

Non so dirtelo ma so che i grandi pezzi della storia della Soul Music mi hanno fatto desiderare d’essere un uomo migliore. Da quelle gemme ho capito quanto sia importante arricchire la propria anima. Forse questo ha fatto di me un uomo migliore di quanto non lo fossi in passato.

Ti riferisci, sin dal titolo, a ciò che nell’hip hop chiamano  “Hundred”, la metafora della verità. Il tuo modo di scrivere sembra avere uno strano legame con il neorealismo nel cinema italiano.

Landing on a Hundred significa letterealmente atterrare sulla realtà, anche in modo brutale. I miei testi si basano su delle osservazioni quotidiane e sul perchè delle mie scelte rispetto a questa realtà. Raccontano il mio stare al mondo in un certo senso. E’ real-life music, una musica realista, in effetti.

Forse per questo ti presenti con un casco militare in testa. E’ un modo per ricordarci che dobbiamo essere tutti un po’ guerrieri per conservare la purezza dell’anima, del Soul?

Certo. Quell’elmetto ha un significato simbolico: mostra un guerriero dell’arte in prima linea sul fronte. Un soldato che dalla vita invece di prenderla. Credo che ognuno possa trovare il guerriero che porta dentro. Anche se per fortuna è la musica a ispirarmi e non l’elmetto.

Quando sei sul palco c’è una empatia incredibile tra te e il pubblico. Dai l’idea di essere uno di quei performer capaci di perdersi nella musica e poi felici di poterne parlare con i propri fan come se stesse tra amici davanti ad una bistecca e un bicchiere di vino.

Non credo ci sia un segreto speciale per riuscire a essere connessi con il pubblico. La mia opinione è che il solo modo di connettersi bene è fare affidamento al proprio spirito autenticamente umano e ad un sincero desiderio di condivisione.

Ti faccio la domanda cattiva. Immagina di poter organizzare una cena con gli artisti che ti hanno ispirato maggiormente. Chi inviteresti?

Nella cena dei miei sogni avrei al mio tavolo Sammy Davis jr. Ray Charles, James Brown, Micheal Jackson, Sam Cooke, Stevie Wonder, Otis Redding, Al Green, Marvin Gaye, Nina Simone, Gladys Knight, Curtis Mayfield, John Lennon, Bill Withers e Donny Hathaway. Questa sarebbe solo la lista degli invitati principali. Ce ne sarebbero molti altri ma poi quella nata come una cena finirebbe per diventare una festa della quale si perderebbe facilmente il controllo.

In questa nuova vita sembra che l’equilibrio familiare sia stato fondamentale. Come passi il tempo con i tuoi figli quando non sei in tour? Ti piace cucinare per loro?

Quando non sono in tour faccio il padre di casa: porto a scuola i miei bambini, partecipo alle loro attività, assisto mia moglie nei lavori domestici… I mei figli amano molto il mare quindi cerco di andarci il più possibile. In generale cerco di rifarmi con molte attenzioni quotidiane per i lunghi periodi nei quali sono in giro a suonare. E tra queste, certamente, c’è la preparazione dei loro pasti.

Se dovessi paragonare il tuo ultimo album ad un piatto che gusto avrebbe?

Sarebbe una zuppa fumante fatta in casa con il pane fresco impastato a mano.

Pasticciotto

Qualche giorno fa si è svolto il Pasticciotto Day, folle concorso ideato dal maestro Pino De Lucaper votare il miglior pasticciotto salentino. Mi chiedo solo come stia la giuria dopo averne assaggiati a decine. Questa è la ricetta della più grande, l’Adele del Miramare.

Ingredienti

Per la pasta frolla:

Un kg di farina, mezzo kg di zucchero, mezzo kg di strutto o di strutto misto a burro, quattro uova intere e due tuorli, una bustina di lievito per dolci, due bustine di vaniglia.

Per la crema pasticciera:

Un litro di latte fresco, sei tuorli, 300 g di zucchero, 130 g di farina, la buccia di un limone fresco non trattato.

Preparazione

Preparate la pasta frolla impastando tutti gli ingredienti senza lavorare la pasta. Lasciatela riposare al fresco per mezz’ora. Stendete una sfoglia alta mezzo centimetro e foderate gli stampi (ovali o rotondi), unti e infarinati. Farciteli con la crema pasticciera e copriteli con la pasta. Spennellate con un tuorlo d’uovo e infornate a 180°.