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Donpasta intervista i Kings of Convenience per “La Repubblica” Bari

La grande questione si pone. Nick Hornby ha scritto un libro intero, Alta Fedeltà, sul tema. Le musiche malinconiche servono a farti diventare ancora più malinconico oppure a farti vivere meglio questa strana e umana sensazione che in Salento chiamiamo malesciana? Forse facilitati dai silenzi del Nord della Norvegia, dalla maestosità della natura selvaggia, sin dall’inizio i Kings of Convenience divennero gli ambasciatori dell’amletica questione. Io per primo, sotto consiglio del Maestro Lizard, ne feci le spese, con un lungo periodo di dipendenza da loro musica, che non faceva altro che amplificare lo stato di ipersensibilità che si vive quando si è malinconici. Per fare l’intervista ai Kings of Convenience, chiedo sostegno al più grande rockers romantico del Salento, Tobia Lamare. E’ un po’ il mio alter ego, sembriamo i Blues Brothers ma senza quello alto e magro. Ci vediamo nella sua campagna, la Lobello Records, dove prepariamo l’intervista tra more selvatiche, chitarre comprate a Memphis, surf, bimbi che corrono senza sosta e carne alla brace. La chiamata avviene nel campo, mentre raccogliamo pomodori, rucola e zucchine. Ci risponde Erlend Øye, uno dei due. Chiacchierone, espansivo e molto simpatico. Di lui si narrano leggende inenarrabili, di cacioricotta a notte fonda in Valle d’Itria, rave di elettronica e grandi mangiate e, last but not least, il fatto che abbia lasciato tutto per andarsene a vivere a Siracusa. Insomma pare fatto della stessa nostra pasta.

Iniziamo con la domanda più difficile. I vostri dischi, ascoltati ripetutamente, li associo a uno dei momenti più difficili della mia vita. Ma ricordo anche che vi sentivo un po’ come lenitivi, attenuatori di pene. La vostra, secondo te, è una musica triste, malinconica o invece, a dispetto delle attese, è allegra?

Capisco il problema e neanch’io so rispondere per bene, anche perché a me piace fare molto la festa, in antitesi con l’attitudine e il suono dei Kings of Convenience. Quando la ascolti da solo, la nostra musica da l’impressione di essere triste e malinconica. Però basta ritrovarsi in una calda notte d’estate in Italia con un sacco di gente attorno e si trasforma d’incanto in qualcosa di felice e allegro.

Mi sa che parliamo la stessa lingua. A questo punto non mi faccio problemi e ti propongo il giochetto scemo che faccio a tutti, anche perché da siciliano adottivo ormai puoi capire più facilmente il problema degli italiani con il cibo. Come potresti descrivere gastronomicamente la musica dei King of Convenience? Che piatto sarebbe?

Il cibo è il fattore che determina se la tua sarà una bella o brutta giornata. Scusatemi se parlerò solo di cucina siciliana ma per me è diventata una droga. Mi piace tantissimo come si usa il finocchietto selvatico, e poi adoro le arance tarocco e il limone verdello. La nostra musica è come la pasta alla norma, che non è una ricetta complicata, ma che alla fine risulta deliziosa e nutriente. Eravamo e siamo sempre due ragazzi con due chitarre acustiche.

Come si è evoluta nel tempo la ricetta della vostra musica?

Adesso la nostra musica è un po’ cambiata. La musica è per i venti anni quello che il cibo è per i trenta. Dopo dieci anni di pasta, adesso proviamo a fare qualcosa di più semplice e fine allo stesso tempo. Credo che il nostro suono sia ormai vicino alla caponata.

Mi sa proprio che ti devo fare assaggiare i nostri peperoni in agrodolce con il pangrattato. Se la battono con la tua caponata. Qual’è la differenza che senti di più tra la Norvegia e l’Italia? In genere gli stranieri non capiscono come si faccia a votare Berlusconi e desumono che tutti gli italiani siano un pò come lui. Tu che ormai ci vivi che idea ti sei fatta?

Bergen e Siracusa sono decisamente  molto diverse, ma hanno paradossalmente tanti punti in comune. Sono vicine al mare, con un centro storico molto bello e con un sacco di natura. In Sicilia però puoi uscire e socializzare fuori dalla tua casa. In generale l’Italia, vista da fuori politicamente sembra incredibilmente morta. Ma è sempre un grande paese, con gente incredibile e un grande posto per vivere, anche dopo venti anni di Berlusconi. Penso che bisogna sempre avere la forza di reinventare il proprio paese, di rinnovare le cose.

Mi associ quattro musicisti che ami a quattro ricette? In cambio i miei amici di Cool Club ti faranno una parmigiana.

Bob Dylan e la tartare di tonno. Perché la sua è raw music, musica cruda, nella forma primordiale. Poi i Pink Floyd e la cucina tailandese. Lungo tempo di cottura, spezie, colori, ma difficile, perché cucinando un sacco di cose, può uscire una schifezza. E poi un omaggio all’Italia. Fred Bongusto. La sua voce mi ricorda il cannolo o un caffè molto forte. Infine Mina, è seria, comunicativa, teatrale, divertente e leggera. Ti soddisfa sotto diversi aspetti. E’ veramente difficile pensare a una ricetta con Mina. Sembra una tavolata di antipasti buonissimi nei ristoranti del sud Italia.

Peperoni in agrodolce

Sono peperoni pescati nel Mediterraneo, si direbbe, per quanto siano, nel gusto affacciati alle culture di oltremare. L’uso di aromi, aceto e uva passa è il ponte che ne fa attraversare il mare.  La ricetta, come spesso, è facilissima e assai rapida, tutto sta nel cercare l’equilibrio perfetto tra ingredienti. Il principio è lo stesso della caponata siciliana. Lavorare sull’agrodolce per mettere in valore l’ingrediente principale. In tal caso tutto regge su capperi e aceto, sono loro che reggono il gioco. Mai abusarne.

Ingredienti: cipolle, peperoni, uva passa, pinoli, capperi, aceto, pangrattato, menta, maggiorana, origano, olio

Preparazione: In una coppetta, lasciate macerare gli aromi in un bicchiere di aceto di vino. Le cipolle in olio, abbondante, vanno inizialmente soffritte a temperatura alta. Aggiungete uva passa, capperi e pinoli. Unite i peperoni tagliati grossolanamente a chiudete il coperchio, abbassando la fiamma bassa sino a che i peperoni non inizieranno a ammorbidirsi, facendo attenzione a conservarne un minimo di croccantezza. Unite l’aceto con gli aromi e spolverate con molto pangrattato. Il piatto è più buono a temperatura ambiente.