TESORO

Donpasta intervista “Il Tesoro di San Gennaro” per La Repubblica Bari

Immaginate De Simone che spiega la tamurriata a Tom Yorke dei Radiohead in pizzeria da Michele a Forcella. Al tavolo di fianco Bjork che, mentre mangia una marinara, inizia a canticchiare in napoletano stretto. Ecco il Tesoro di San Gennaro. La ritmica tradizionale interamente sostituita dalle macchine, i mandolini dalle chitarre elettriche e le voci frullate da un computer. A mio avviso il più intelligente progetto sulla musica popolare in Italia. Non è un caso che sia nato a Napoli, luogo di violazioni, dimenticanze, distrazioni, redenzioni, rinascite come anche che venga presentato al Festival di Carpino, festival serio, bello, popolare, che si interroga senza sosta sul rapporto tra il proprio patrimonio infinito ma fragile, i Cantori, e il modo di raccontarlo nel nuovo millennio. Il Tesoro di San Gennaro, il Festival di Carpino, come anche i salentini Insintesi, partono dallo stesso presupposto del maestro della cucina italiana, Pellegrino Artusi. La tradizione è un falso concetto, non esiste. Esiste una cucina e una musica quotidiana, familiare, appresa da chi viene prima, masticata, poi digerita, non una tradizione. Vado a trovare Salvio e sua moglie e cantante Valentina a casa a Napoli, studio di registrazione e accampamento per i giochi delle bimbe. Addentando una pizza meravigliosa provo a farmi spiegare questo progetto, frutto di una deliberata violazione della canzone napoletana come gesto ultimo d’amore per farla rivivere ancora e ancora.

Come mai avete deciso di fare un lavoro così sperimentale su Napoli? Al primo ascolto il disco sembra fatto da una banda di pazzi napoletani che ha traslocato a New York.

La musica napoletana è meravigliosa ma spesso caricata da forzature che invece di esaltarne la bellezza la soffocano in un abbraccio forzoso. Ogni popolo con una grande tradizione artistica in un modo o nell’altro porta con se i caratteri del proprio codice genetico. Ma a un certo punto ci si distacca dai propri genitori e si entra in conflitto con loro, pur amandoli e conservandone i tratti somatici. Il Tesoro di San Gennaro nasce da lì. Avevo l’esigenza di potermi identificare in qualcosa che avesse il respiro della mia città, ma che la raccontasse con un linguaggio con un angolo di visuale differente. Partivo dalla convinzione che una melodia napoletana (essenza di Napoli stessa…) racconta già di se. Non ha bisogno di essere rafforzata da mandolini o quant’altro per essere riconosciuta e apprezzata come tale.

Che c’è della Napoli attuale in questa storia?

Napoli vive una specie di condanna alla didascalia perenne. Nella meraviglia e nell’orrore. Il paese del Sole e la terribile Gomorra. Negli ultimi anni, il mondo ha assistito incredulo a una serie di avvenimenti che ci hanno fatto sprofondare in basso fino alle prossimità dell’inferno. Per rialzarsi e riprendersi dallo stordimento, bisogna assolutamente lasciarsi alle spalle le zavorre più ingombranti e pesanti della nostra napoletanità, sociali e, soprattutto, culturali. Bisogna alleggerirsi, e parecchio, ma come ne parla Calvino nelle sue proposte per il nuovo millennio. Leggerezza e non superficialità. Leggerezza in contrapposizione alla pesantezza che sembra permeare buona parte di quello che riguarda la città di Napoli.

Mi parli delle canzoni che avete scelto?

Ci sono voluti due anni per finire questo progetto.  Avevo più di settanta pezzi selezionati all’inizio, e alla fine solo nove. Le Lavandaie del Vomero del 1200 in cui un canto d’amore diviene canto di protesta contro la dominazione aragonese. The Dawn of Michelemmà probabilmente parla della nascita dell’isola d’Ischia passando attraverso i secoli con riferimenti all’invasione dei Turchi e quindi al 1400. Le Sorbe e Le Nespole, di fine ’600 dove si dice che una giovane donna è come un frutto acerbo e solo il tempo o il denaro possono farla aprire…come non vederne un parallelo con i nostri giorni dove “giovani vergini si offrono al drago.” ? Lo Guarracino, della fine del 700 la cui battaglia finale che vede combattere tutti i pesci del mediterraneo pare essere metafora dei moti rivoluzionari del 1799. La Canzone della Zingara, sempre dalla Gatta Cenerentola, dove tra numerosi rimandi c’è la Piedigrotta, festa pagana dove venivano praticati rituali orgiastici.

Che tipo di reazione ha la gente di Napoli quando ascolta questo disco? E i musicisti più anziani?

Corrado Taglialatela, fonico eccellente che mi ha curato il mastering. Cinquantenne, Napoli se la sente scorrere nelle vene. Una mattina, dopo il mastering, mi chiama in lacrime farfugliando che questo disco era troppo bello, e che ascoltandolo in macchina si era emozionato a tal punto che aveva pianto e riso perché sentiva che dentro c’era tutto quello che aveva sempre cercato nella musica, e che si sentiva uno stupido a dirmi quelle cose, ma me le doveva dire… “Questo lavoro, mi disse, è anche mio! Io ci sto dentro!”. Quando senti di aver toccato delle corde vivi una strana sensazione.

Che piatto è Il Tesoro Di San Gennaro?

Il Tesoro di San Gennaro è indubbiamente una bella “Menesta Ammaretata con il polpo” (minestra maritata…)…piatto assai popolare, di tradizione natalizia, fatto con gli avanzi del Natale. Verdure, carne, formaggi, insaccati, pane raffermo e all’occorrenza insalata di purpo (polipo) sempre rigorosamente avanzata… vengono messi a cottura lenta in un enorme pentolone….

Infine, tre musicisti, tre ricette

Sensa pensarci, Radiohead e Ragù, Steve Reich con Salsiccia e Friarielli e Roberto De Simone con Pizza Fritta

Polpo in pignata

Non sono stato in grado di trovare un equivalente pugliese della Menest’ Mmaretata. E’ una follia davanti alla quale neanche la parmigiana di mia nonna può sperare di battersela quanto a pesantezza. Profitto della presenza del polpo per rilanciare il nostro nobile e emozionante polpo in pignata.

Ingredienti:

Un polpo (octopus vulgaris) di 1 kg circa, 1/2 kg di pomodori maturi, 2 cipolle, un mazzetto di prezzemolo, una presa di origano, uno spicchio d’aglio, 2-3 grani di pepe, peperoncino, qualche cucchiaiata di olio extravergine di oliva, 4 patate.

Preparazione:

Nella pignata (recipiente di coccio a bordi alti) imbiondite nell’olio l’aglio e la cipolla affettata sottile e fate rosolare il polpo. Aggiungete i pomodori, il peperoncino e il pepe e lasciate cuocere lentamente fino a quando il sugo non si sarà addensato e il polpo non risulterà tenero. A fine cottura aggiungete l’origano e il prezzemolo tritato. Volendo, negli ultimi venti minuti di cottura aggiungete quattro patate tagliate a grossi spicchi e, se mancasse, un pò di acqua calda.