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Donpasta intervista Rita Marcotulli per La Repubblica Bari

Attenzione attenzione. Questa donna ha suonato con i più grandi del jazz, Chet Baker, Petrucciani, Billy Cobham e nel parlarne lo fa con una leggerezza rasserenante. Come se tutto ciò fosse stato normale, come se ciò fosse possibile, lo fosse per chiunque. Questa è probabilmente la cosa più interessante. Parlare con lei di jazz è come leggere gli scritti della Pivano sulla sua vita in compagnia dei mostri sacri della Beat Generation. Così la nostra conversazione è stato un continuo scambiarsi ricette inventate, riflettere sull’importanza della ricerca artistica, sulla bellezza del viaggiare, magari mangiandosi un piatto di spaghetti in qualche piazza di Trastevere o nella piazza di Sogliano, come se lo facessimo da una vita. Questa persona ha un bagaglio di storie inesauribile e non te ne accorgi, non te le fa pesare. E nel pieno della maturità ha fatto un disco sui Pink Floyd. Dovevo assolutamente intervistarla.

Come ti sei ritrovata a suonare con i più grandi del jazz mondiale?

Mia sorella era, negli anni ’80 la compagna di Furio de Castri (ndr. uno dei più importanti jazzisti italiani). Tutti i jazzisti stranieri sapevano che la nostra casa era il loro porto di mare a Roma. Passavamo le nottate a suonare  a quattro mani con Petrucciani. Fu un’epoca appassionante. Poi me ne andai cinque anni a vivere in Scandinavia a scoprire quel loro modo così originale di fare jazz., capace di non essere la copia del jazz americana.

Il jazz è un ambiente di uomini, per di più generalmente ribelli e un po’ pirati. Come è stato imporsi in quanto donna?

Sicuramente è un ambiente un po’ maschilista. Penso il problema culturale sia a monte. C’era una prevenzione, abituati all’immagine della donna a casa. Una volta qualcuno scrisse addirittura “suona bene come un uomo”.  Come sempre alla lunga quello che conta è la competenza. I musicisti mi hanno sempre rispettato e aiutato. Nel 1989 andai negli Stati Uniti con Billy Cobham, e mi diede un consiglio importante: ricordati che quando vieni in America non dimostrare insicurezza altrimenti i musicisti cominciano a non rispettarti più.

E non avevi paura?

No, mi sentivo bene, suonavo la mia musica. Tra musicisti ci si intende non perché si suona bene, ma perché si ha la stessa idea di musica, che poi è anche una idea di stare al mondo. E poi la musica è la musica, non ha sesso. E’ chiaro che all’inizio ti studiano. In una tournée americana con Cameron Brown, i tipi della sua band, tutti di colore, su me avevano tutti i pregiudizi possibili: donna, bianca, italiana. Alla fine, dopo che tutto andò benissimo, erano tutti in imbarazzo quando per scherzare gli rinfacciai questa cosa.

Il mondo del jazz è cambiato radicalmente in Italia. Siamo internazionalmente molto apprezzati, ma le nuove generazioni sembrano soffocate.

Abbiamo dei musicisti bravissimi, ma è come se si sia persa la voglia di sperimentare e cercare. C’è un’omologazione delle proposte da parte dei media e dei Festival. Sono pochissimi, come il Lokomotive, quelli che basano l’intera programmazione sulla sperimentazione. Ormai tutti lavorano sull’immagine, sul nome noto e sui progetti già rodati. C’è sempre meno spazio per un progetto più artistico. Si perde la voglia di fare delle cose nuove, ci si appiattisce e ci si impigrisce. E’ anche per questo che c’è una grande sciatteria.  Penso che ci sia bisogno di maggiore disciplina e rispetto della gente. Soprattutto l’Italia ha bisogno di riportare verso l’alto il proprio inconscio collettivo.

E tu che fai per le nuove generazioni? Cosa insegni nei tuoi corsi?

Insegno l’importanza della disciplina e dello studio. Ma racconto anche che la musica si alimenta grazie alla curiosità di viaggiare e ascoltare ogni cosa. I giovani sono molto tecnici, studiano bene. Forse gli manca la storia vissuta, avere la fortuna di aver una grande epoca di sperimentazioni, di una visione della musica più ampia del solo suonare. Chet Baker non sapeva leggere, suonava a orecchio, ma aveva una predisposizione alla forma e alla melodia. Bisogna coltivarle queste cose.

Consigli loro di fare come? Di andare via pe un po’ dall’Italia?

Assolutamente si. Perché è un grosso insegnamento di vita ritrovarsi in luoghi con una cultura diversa dalla tua. Capire che esistono tanti modi di pensare, tutti veri, ma tutti relativi.

E tua figlia? Come è stato essere grande jazzista e mamma?

Per fortuna c’è un padre molto presente. Lei  soffre ancora delle mie assenze. Ma lei si rende conto che questa è una cosa importante per me e di fondo anche per lei. E’ bello, perché a dodici anni inizia ad avere una sua opinione della musica. Ai miei concerti il suo giudizio è sempre molto interessante e poi mi fa conoscere tante cose nuove.

Che musica è la tua cucina?

È difficile. Ci sono tanti ingredienti. La parmigiana alle melanzane, forse. Comunque qualcosa di casareccio. Fettuccine fatte in casa, con pomodorino. basilico e pecorino. Adesso faccio spesso una pasta carlofortina, con pesto, tonno e pomorino e pecorino.

E tutte le influenze del jazz dove le mettiamo? Tu mi insegni che il fatto di essere felicemente italiani nel fare jazz non significa dover mangiare solo questo.

Una pasta con lo zenzero e le scaglie di limone e menta fresca. E poi Il pollo. Allora, un soffritto di zucchero di canna e cipolla. Fai rosolare un po’ metti il pollo in pezzetti e lo zenzero. Allunga con un pochino di brodo e aggiungo gli agrumi, arance, lime, limone. Te piace?

Pasta fatta in casa con aromi

Ingredienti: 4 uova, 400gr. farina, un petto di pollo, peperoncino fresco, menta, zenzero, scorza di limone, zucchero di canna, una cipolla rossa, brodo di pollo.

Preparazione: preparate la pasta. La proporzione è di un uovo per cento grammi di farina, se solo le uova contemporanee non fossero vittime da stress. Forse ce ne vorranno di più. Unitele e lavorate la pasta, da lasciar riposare chiusa nella carta trasparente, possibilmente in frigo. Nell’acqua lasciate bollire un po’ di scorza di limone. Nella padella soffriggete cipolla rossa e zucchero di canna. Unite il pollo tagliato a dadini piccoli e la scvorza di limone e lo zenzero tritato.  Stendete la pasta. Utilizzate l’acqua di cottura per legare gli ingredienti alla fine. Unite la pasta al dente alla padella con il soffritto. Nei piatti spolverate il tutto con menta ben tritata.