CAPOSSELA

Donpasta intervista Vinicio Capossela per La Repubblica Bari

Capossela mi ricorda Dario Fo. E’ rovistatore di nobiltà di pensiero nelle culture contadine, generalmente espresse attraverso la festa, il mangiare, il bere, il raccontare. E’ un po’ il nostro Zorba il greco, il nostro Anthony Queen che balla per rendere più belli i momenti di grazia e meno gravi quelli della tristezza. Arriva in alto in classifica con progetti azzardati, tentando sempre di fare ricerca, rovistare. Da artista, va dove la gente non si aspetta che lui stia. Tornato a casa, a Calitri, nell’Irpinia delle sue origini, terra di sudori, feste, generosità, offre una festa piena di simbolismi ancestrali sullo sponzamento dei vestiti, del cibo, dei corpi. Intervistare Capossela significa entrare un po’ nel suo mondo confidenziale, condividere le sue pause, il suo riflettere, le sue citazioni appassionate di amici e poeti conosciuti a tarda notte, la sua prassi costante di artista curioso.

Noi salentini sponziamo la frisella. Puoi spiegarmi legame c’è tra lo sponzamento e lo sposalizio?

Lo sponzamento, della frisella, o del baccalà, ad esempio, serve a rendere commestibile qualcosa che non lo è attraverso tre giorni di imbevimento. Per questo nello sposalizio, ci si inzuppa integralmente i vestiti. Lo sposalizio, al contrario del matrimonio, è il luogo dell’abbondanza, del ballo, della musica, del mangiare, del bere, del racconto orale, dell’unione, che sono gli strumenti per il perpetuarsi della comunità e per la perdita della rigidità. Nello sposalizio il cibo è lo strumento essenziale, è l’alchimia dell’unione degli zuccheri che producono il pigmento della gioia.

Nelle tue canzoni la festa prende quasi un aspetto mitologico. C’è una sorta di epica della festa. Che cosa te la fa rendere importante?

La festa è l’espressione dell’uomo al di fuori dei tempi della sussistenza e del lavoro. E’ il momento in cui l’uomo cerca la profondità, lo scavare, l’esprimere l’umanità. E’ il tempo del divino e sacro, ciò che è oltre il meccanismo dell’utile, di ciò che non si può comprare. Il rebetiko o la musica degli sposalizi, anche se agli antipodi, sono praticati mentre si mangia e si beve. E’ una eucarestia che serve a creare occasioni di comunità, perché riconducono a una appartenenza, a qualcosa di ancestrale, qualcosa di ben più antico dell’ultimo ventennio.

Per questo nella festa devi avere il massimo del contatto con te stesso. E’ l’opposto del girone del mojito a 5 euro a litro. Bisogna avere cura della festa, perché al peggio non c’è limite… ma anche al meglio.

Che si mangia allo Sponz Fest? Il Gal Cilsi sta facendo un gran lavoro sulla pasta e i grani locali.

A Calitri il piatto degli sposalizi nella società pre-consumistica era uno solo, le cannazze. C’era questa pasta, gli ziti, che non a caso significa gli sposi, spezzati in tante parti e uniti a un sugo che prende il sapore dalla brasciola, che è l’involtino. Poi la brasciola si mangia a parte con i piselli, mentre il sugo si unisce alla pasta. Alfonso Nannariello, mio amico e poeta irpino, spiega in modo meraviglioso il nesso tra la brasciola e il ballo dello sposalizio. Nel primo ballo, gli ziti sono soli, nell’ultimo tutti gli invitati ballano attorno, circondandoli di zacaredde, di stelle filanti ed un tempo di fiori d’arancio. Sembra che li leghino con lo spago bianco, proprio come gli involtini. Li inglobano, li avvolgono, li mangiano, li digeriscono, in un certo senso li integrano alla società.

A Torrepaduli ci andasti in tempi lontanissimi, quando il tarantismo era ancora luogo di leggende popolari. Cosa cerchi nei racconti della gente?

Le generazioni anziane sono in possesso di una capacità di narrazione che perdiamo, forse anche per loro la narrazione era tutto. Per fare cento metri in un paese ci metti due ore, perché c’è sempre qualcuno che ti deve raccontare qualcosa. Amo così tanto l’Odissea perché mi riporta ai racconti delle nonne, alla loro capacità di accedere al territorio del mito. In dialetto si sapeva raccontare una storia piena di momenti epici o fantastici. I piccoli luoghi sono pieni di figure mitologiche. Mio nonno ad esempio, era un po’ come i mangas del rebetiko, un uomo con il suo codice d’onore. C’era un sistema che ti permetteva di valutare le cose, c’era una ossatura che rischia di perdersi e che proprio adesso può servire.

Hai fatto un lavoro molto serio sulla Grecia attuale. Organizzare un evento del genere significa riflettere su che scelte fare per far crescere un territorio. Pensi che ce la si possa a costruire un modello economico nuovo, virtuoso, sano?

I meccanismi della società del consumo disgregano le comunità. Si è sempre più da soli e quello che è conseguente è la perdita delle occasioni di comunità e si viene attaccati sempre quando si è soli. In Grecia i ragazzi spesso mi dicevano che non avevano paura ma rabbia. C’è un’istigazione alla paura, che è paralizzante. Qui in Irpinia facemmo una battaglia contro una discarica. Più che i motivi ecologici o etici, c’era la necessità di lasciare integro un territorio. Per anni si è sempre detto che l’unico modello economico fosse quello industriale, senza tenere conto delle risorse che appartengono a un territorio. Si deve lavorare sull’integrità di un territorio. Una Unione Europea vera dovrebbe essere capace di partire dalla ricchezza che può avere nelle sue differenze, non nell’uniformazione in un unico modello. Così si crea una società povera.

Infine, gastronomicamente Vinicio che piatto è?

Sono gastronomicamente apolide.  Mi interessa cibarmi di quello che c’è nel luogo dove sto. Il piatto del giorno, in un certo senso. Quando sei più giovane sei attratto dagli esotismi, ma con il tempo inizi ad apprezzare le minestre  le cannazze. Alla qualità abbiamo rinunciato, abbiamo bisogno di quantità, di Dioniso e Apollo contemporaneamente. Dobbiamo conservarci affamati. Nessun piatto è buono se non hai fame. (ndr. Quasi cantando, al telefono) Viva Rabelais e Pantagruel.

Brasciola al sugo.

Ingredienti. Per il sugo: olio di oliva, una cipolla piccola, un litro e mezzo di passata di pomodoro, sale q.b. Per gli involtini: 8 braciole sottili di vitello, un mazzetto di prezzemolo fresco, 2 spicchi d’aglio, sale q.b., 100 g di pecorino o parmigiano grattugiato e qualche fiocchetto di strutto.

Procedimento: Ricetta che collega Bari e l’Irpinia. Intrigante l’uso dello strutto nella versione Irpina. Salate le braciole di vitello, conditele con una manciata di prezzemolo tritato ben distribuito, qualche filetto di aglio, il parmigiano grattugiato e qualche fiocchetto di strutto. Formate gli involtini arrotolando ogni braciola e fissandola con uno stecchino. Dorate una cipolla in abbondante olio, adagiatevi gli involtini che farete rosolare a fuoco vivo da entrambi i lati fino a quando non avranno perso il tipico colore rosa. Versate quindi la passata di pomodoro, aggiungete qualche mestolo di acqua e regolate di sale. Portate il sugo a ebollizione e cuocete con il coperchio a fuoco medio per un tempo imperscrutabile se non agli occhi degli dei e delle nonne.