KITCHEN SOCIAL CLUB

Kitchen Social Club
di Don Pasta (a cura)

Manifesto dei cuochi, del cibo e delle cucine sociali e popolari. Storie & ricette

Kitchen social club è un “libro di cucine”: 25 storie di cibo senza sfruttamento e accessibile a tutti, dalle arance allo zafferano; 25 ricette di cuochi resistenti e cucine popolari, di osterie a filiera corta e trattorie meticce; 25 racconti di contadini militanti e di prodotti “genuini e clandestini”.

Cop_Kitchen_FrontePerché sul pane e sulla pasta di grani antichi ci va il pomodoro, ma senza caporali, magari con un giro d’olio ‘ndrangheta free e con il cacio di pecore felici. Perché mangiare e cucinare bene – ma ancora prima coltivare bene – è un insieme di gesti di impegno quotidiano, di cura familiare e comunitaria, di ribellione al modello di produzione e distribuzione industriale del cibo. Il Kitchen social club non è allora soltanto un circolo inclusivo e virtuoso di cuochi e cucine non allineate, ma un manifesto dedicato a chi ama il cibo per quello che dovrebbe essere: non una merce qualsiasi ma un patrimonio comune.

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AGAGAA

Con la postfazione di Alberto Capatti, storico del gusto

Le interviste sono a cura di Massimo Acanfora e Umberto Di Maria, giornalisti

Prezzo: 12.50€
Prezzo socio: 11.50€
Dalla prefazione

A cura di donpasta

KITCHEN SOCIAL CLUB

MANIFESTO DEI CUOCHI DEL CIBO E DELLE CUCINE SOCIALI E POPOLARI STORIE & RICETTE

Ed. Altreconomia

INTRO

Il cibo è morto. Nell’accezione che si è avuta per millenni e sino al ‘900 quella nozione di cibo non esiste più. Non esiste il cibo di sussistenza, il rapporto simbiotico uomo-natura e non esiste più il patrimonio culinario popolare all’origine della cucina italiana, intesa come sapere diffuso. 

Esiste ora un cibo figlio del capitalismo, delle mode, delle regole che al primo si contrappone. 

Scompaiono nei fatti i contadini, i pescatori sostituiti da produttori che forniscono la grande distribuzione. Il mutamento è sostanziale e fa paura.

Perché la mutazione di un modello industriale può non essere socialmente equa, ma non incide direttamente sul corpo umano. La trasformazione del cibo ha viceversa degli effetti istantanei sulla nostra percezione, sulla nostra salute, sulle nostre economie, nel suo passare dall’essere un prodotto dall’uomo per la sua famiglia e comunità, in prodotto soggetto a un business in cui si disintegra completamente il rapporto tra produttore e consumatore.

In questo libro esiste dunque uno spartiacque nitido tra le forme contemporanee di intendere il cibo e le forme di resistenza di cui si ha un assoluto bisogno.

Ci siamo dunque ritrovati di fronte a una urgenza. Quella di non sentirsi soli. Perché il mondo va male e il cibo ne è metafora. Perché troppe cose stanno andando peggio di quanto si credesse. Perché si ha addirittura paura di ciò che verrà. Perché alcune cose di ciò di cui siamo fatti, che sia corpo, memoria, natura, cultura, si stanno smarrendo.

Abbiamo lanciato tanti messaggi in tante bottiglie per chiedere aiuto, per sapere se ci sia ancora gente che tenga ancora al senso profondo del cibo, e se esista ancora il tema dell’etica, della responsabilità in ciò che ci produce e si cucina.

Abbiamo fatto un primo, incompleto e approssimativo censimento di progetti e persone che rispondessero a questo intimo quesito: sei ciò produci? Sei ciò che mangi? Chi sei dunque?

Da questo viaggio siamo usciti più forti di prima. Siamo in tanti, più di quanti si creda, ad aver fame di cose buone.

Ecco perché il cibo è metafora, la più bella, la più interessante e completa per osservare le cose del mondo. Perché mostra con estrema rapidità tutte le cose che stanno andando male, le ragioni per cui vanno male e mostra però altrettante soluzioni perché quelle cose possano andare meglio.

Era una disperata chiamata alle armi la nostra. Un contarsi, un sapere che esiste, esisterà un modo onesto, sano di stare al mondo, di osservarlo, che è in questo caso un modo onesto di mangiare o far da mangiare, che è un atto economico, ma che non può prescindere dagli altri.

Per farlo ci siamo messi diligentemente a cercare in tutta Italia, in ogni angolo recondito e ci siamo rassicurati. Abbiamo trovato cuochi, contadini, pescatori, distributori, reti solidali, migranti, consumatori, ristoranti, osterie, spazi occupati che messi insieme costruiscono una rete molto ampia di resistenze. 

Siamo in tanti, infinitamente tanti a credere che mangiar bene, dar da mangiar bene, sia un atto di militanza quotidiana, con pochi giri di parole, fatta di gesti spicci e di tanta integrità.

Abbiamo iniziato a cercar forme di resistenza e continueremo a farlo.